REGOLE DI SCRITTURA CREATIVA

ALCUNE REGOLE DI SCRITTURA CREATIVA, PICCOLI SUGGERIMENTI PER SCRITTORI ESORDIENTI

Avverbi. La moderna narrativa consiglia di adoperare con molta parsimonia gli avverbi che finiscono in “mente” (esempio: velocemente, lentamente, fortemente, ecc.) perché, se usati in modo troppo frequente e ravvicinato, appesantiscono e rendono sgradevole la lettura. Del resto, molto spesso sono inutili e denotano una scarsa capacità dell’autore di rendere al meglio una scena senza ricorrere alla scorciatoia di questa sorta di rafforzativi. Per esempio, è inutile scrivere sbatté violentemente la porta per dare l’idea del gesto fatto da una persona alterata, quando già il fatto di sbattere la porta suscita la stessa immagine. E se si è costruita bene tutta la scena, il fatto che il personaggio sia in uno stato mentale alterato risulterà evidente al lettore anche senza l’uso di quell’avverbio. In conclusione, uno ogni tanto, dove davvero è utile per dare enfasi alla frase, ci può stare, ma con molta moderazione e in modo mirato.

D eufonica. La D eufonica si usa soltanto quando la parola che segue inizia con una vocale uguale alla congiunzione che la precede. Esempio: io ed Emma è corretto, perché io e Emma suonerebbe male, mentre io e Anna non richiede la D eufonica, perché superflua. In questo caso, io ed Anna sarebbe un errore. Vi sono alcune eccezioni determinate dall’uso ormai consolidato e generalizzato, come nel caso di ad esempio, che viene comunemente accettato, anche se è senz’altro preferibile la più elegante forma per esempio, e analogamente tu ed io, che tuttavia potrebbe essere sostituito con io e te. Ogni altro uso è da considerarsi sbagliato.

Dialoghi.Nei dialoghi si consiglia di usare le caporali «…» Le virgolette “…” invece talvolta si usano per indicare brani particolari, come per esempio la riproduzione di messaggi, chat, email e simili, ma se non avete le caporali nella tastiera, vanno bene anche le virgolette, purché non usiate i trattini per i dialoghi! Inoltre, è farli iniziare a capo. Per i pensieri, è consuetudine usare il corsivo. Se il dialogo è a sé stante, cioè consequenziale al resto del testo ma slegato e separato da esso, va scritto sempre andando a capo. Esempio:

Il comandante restò in silenzio a riflettere per qualche istante.

«Sì, hai ragione, hai proprio ragione» ammise, scuro in volto.

Se invece il dialogo segue una frase o un periodo che lo introduce, allora va messo di seguito, in questo modo:

Giorgio osservò per un istante l’espressione imbarazzata di Anna e le chiese: «Mi stai per caso nascondendo qualcosa?»

In questo caso, però, sarebbe più dinamica la seguente forma:

Giorgio osservò per un istante l’espressione imbarazzata di Anna.

«Mi stai per caso nascondendo qualcosa?» le chiese.

Gli incisi fra due diverse parti dello stesso dialogo, come per esempio nel seguente caso: «Sì, hai ragione, hai proprio ragione» ammise, scuro in volto «mi sono comportato come uno stupido» vanno limitati al minimo indispensabile per non appesantire la lettura. Nel caso in cui, dopo un’interruzione di un dialogo con l’inserimento di una parte narrata, a riprendere a parlare è la stessa persona, non si va a capo, ma si prosegue di seguito.

Esempio:

Giorgio osservò per un istante l’espressione imbarazzata di Anna.

«Mi stai per caso nascondendo qualcosa?» le chiese. Rimase a fissarla per qualche secondo in attesa di una risposta, che però non ci fu. La vide abbassare la testa. «Sì, non c’è dubbio» aggiunse allora in tono aspro «mi stai proprio nascondendo qualcosa.»

Si tenga conto, inoltre, che la punteggiatura va sempre inserita all’interno delle caporali, come negli esempi sopra riportati.

Tempi verbali. In narrativa il tempo verbale più adoperato è il passato remoto, ma anche il presente è abbastanza comune, e talvolta si usa anche nella narrazione al passato, quando per esempio si inseriscono flashback, ricordi o interludi inseriti nella narrazione stessa ma in qualche modo staccati o separati da essa, per esempio in capitoli o sottocapitoli dedicati.

Quando si raccontano senza alcuna separazione di testo avvenimenti antecedenti la narrazione in atto, si usa il trapassato prossimo, come nell’esempio che segue:

Giorgio guardò osservò per un istante l’espressione imbarazzata di Anna.

«Mi stai per caso nascondendo qualcosa?» le chiese. Rimase a fissarla per qualche secondo in attesa di una risposta, che però non ci fu. La vide abbassare la testa. «Sì, non c’è dubbio» aggiunse allora in tono aspro «mi stai proprio nascondendo qualcosa.» In quello stesso momento gli venne in mente l’ultima volta in cui erano stati insieme a Roma. Avevano trascorso un bellissimo weekend e poi, tornando a Milano, si erano fermati per qualche ora a Firenze.

Notare l’uso differenziato del passato remoto e del trapassato prossimo nel modo corretto. La stessa tecnica, opportunamente adattata, si usa anche quando il tempo scelto per la narrazione in atto è il presente.

Sempre per quanto riguarda i tempi verbali, attenzione ai congiuntivi. Esempio: Se fossi arrivato prima lo avrei trovato è la forma corretta, mentre è sbagliato: Se arrivavo prima lo trovavo.

Da limitare il più possibile l’uso del gerundio, che va usato in modo mirato.

Punteggiatura. A parte l’ovvia raccomandazione generica di un uso corretto della punteggiatura, in modo particolare per quanto riguarda la virgola, che non va inserita né a caso né a sproposito, occorre tenere presente che il punto esclamativo si usa soltanto quando è davvero indispensabile per conferire maggior effetto alla frase. In ogni caso, ne va usato uno solo, mai due o tre di seguito, e la stessa cosa vale per il punto interrogativo, e non messi insieme, tipo!? O uno, o l’altro.

Anche il punto e virgola ormai si usa di rado, se non per separare le diverse voci di un elenco. Per il resto, di solito si preferisce usare o la virgola o il punto.

Per quanto riguarda i puntini di sospensione, che si usano talvolta per lasciare una frase in sospeso, ne vanno usati tre, non uno di più e non uno di meno, e se il periodo continua dopo i puntini, va inserito uno spazio tra gli stessi puntini e la parola successiva, senza usare la maiuscola. In ogni caso, anche di questi non bisogna abusarne. Si consiglia di usare l’apposita funzione del programma di scrittura che li raggruppa un un’unica battuta, anziché digitare sulla tastiera tre punti di seguito.

Numeri. In narrativa i numeri generalmente si scrivono in lettere. Fanno eccezione le date (15 marzo 2021) i numeri civici (via Garibaldi 8) e le cifre che, se riprodotte in lettere, risulterebbero eccessivamente lunghe, come per esempio 86.954, mentre per quanto riguarda le ore, se ci riferisce a un orario generico, arrotondato o comunque non specificato in modo preciso, per esempio circa le otto e mezza oppure verso le nove o simili, allora si usano le lettere, mentre se l’ora indicata è esatta, si scrive in cifre, quindi: Le 20:47. Tuttavia nei dialoghi, pur non essendoci una regola fissa in questo senso, sarebbe più corretto usare in ogni caso le lettere, perché una persona, quando parla, si esprime appunto in lettere. Se, parlando, diciamo un orario preciso, non lo pronunciamo in cifre, che di per sé non sono pronunciabili, ma trasformando con la mente e con la bocca le stesse cifre in lettere, quindi diremo: le venti e quarantotto. Per ciò che concerne gli anni, come già specificato in merito alle date, si scrivono in numeri se ci riferisce a un anno preciso (per esempio: 2021, mentre se il riferimento è a un periodo generico (per esempio: anni novanta) è corretto usare le lettere. Anche in questo caso, per i dialoghi è ammesso usare la stessa eccezione già enunciata per le ore.

Aggettivi possessivi. Sono da usare con estrema parsimonia e solo quando sono indispensabili per la comprensione del testo, perché appesantiscono e rendono sgradevole la lettura. Per esempio, non ha senso usarli in una frase come la seguente: Sollevò le sue braccia (o le proprie braccia) e passò le mani fra i suoi capelli, è sufficiente scrivere: Sollevò le braccia e si passò le mani fra i capelli. Si comprende benissimo di chi sono le braccia e i capelli, e la frase risulta più leggera e scorrevole. O ancora: Giorgio guardò sua moglie e fu come se la vedesse per la prima volta, ecco, quel sua non solo è superfluo, ma rende pesante la lettura. Molto meglio: Giorgio guardò la moglie e fu come se la vedesse per la prima volta.

Terminologia. Si sconsiglia l’uso di termini desueti, arcaici, gotici e inutilmente arzigogolati, i quali, a meno che non si adattino in modo mirato al contesto storico e temporale del romanzo (per esempio un romanzo storico) oppure, nei dialoghi, per caratterizzare in un certo modo un personaggio magari un po’ eccentrico, per il resto risultano inappropriati e rendono tediosa la lettura.

Esempio: perché dovremmo usare Dinnanzi o Innanzi, quando abbiamo a disposizione il semplice e scorrevole Davanti?

Ultima cosa. Nei dialoghi, evitate di infarcirli di incisi, il più delle volte sono inutili e spezzano il ritmo della narrazione. Se usate una parola straniera, rammentate di controllare sempre che sia scritta in maniera corretta, basta chiedere a Google.

Altri elementi di grammatica.

Si scrive:

A posto, non Apposto, che è il participio passato del verbo Apporre.

A fianco, non Affianco, che è il presente indicativo del verbo Affiancare.

A fondo, non Affondo, che è il presente indicativo del verbo Affondare.

A volte, non Avvolte, che è il participio passato femminile del verbo Avvolgere.

Qualora, non Qual’ora.

A parte, non Apparte.

D’accordo, non Daccordo.

Purtroppo, non Pultroppo.

Spegnere, non Spengere.

Interpretare, non Intepretare.

Salsiccia, non Salciccia.

Proprio, non Propio.

Qual è, non Qual’è.

Un uomo, non Un’uomo.

Attenzione alla differenza tra Glielo e Gliel’ho. Sono corrette entrambe le forme, purché vengano usate in modo appropriato. Esempio: Glielo dirò, e Gliel’ho già detto. La forma Glie l’ho invece è un errore.

Ricordarsi che il affermativo richiede l’accento.